ARTIST Q&A – The Italo Job Interview: BAWRUT
Bawrut, dj e producer italiano nato a Gorizia e da anni residente a Madrid, fonde radici disco e house contemporanea con influenze dei pionieri di Chicago, la scuola europea e ogni novità fresca e non scontata. Dopo i primi step in duo a nome Scuola Furano, con Ransom Note Records esordisce nel 2016 con i singoli “Ciquita / 1234” (apprezzati da djs del calibro di Jackmaster ed Erol Alkan), ha pubblicato l’album “In the Middle“, dedicato al Mediterraneo e alle migrazioni con i feat. tra gli altri di Liberato e Cosmo. Dal 2026 lancia la sua label personale Silencio.
Quando e come hai scoperto la musica elettronica? C’è un momento preciso, un disco, una serata che ti ha cambiato?
Fino a dieci anni fa per me dire “musica elettronica” era parlare di Elíane Radigue o Laurie Spiegel, no di Apparat o Il Pagante e invece…forse per una banalizzazione del genere o forse perché semplicemente la musica fatta con strumenti elettronici si è così espansa e democratizzata credo sia giusto considerare tutta quella fatta con strumenti che necessitano di un input elettrico quindi campionatori, sintetizzatori, delay, laptop etc. musica elettronica. Quindi togliendo ascolti colti, sigle di Futurama e cose così direi che il primo approccio con la musica elettronica è stato il disco dei Sangue Misto e relativo live a Buia (UD) e cassettina di un loro live al CSO Pedro di Padova che ho consumato. Quindi un’esperienza a 360 ° di un gruppo fondamentale dell’Hip-Hop e quindi pure della musica elettronica italiana. Se poi invece parliamo di musica più da club ti direi la mitica serata Crydamoure al Matilda di Jesolo credo il 14 luglio 2001. Ne ho già parlato in passato, ma credo che quello fu un vero spartiacque per me. La musica house mi piaceva, ma a pezzi, a sensazioni. Se no mi annoiava. Quella sera invece trovai quello che cercavo, in tre mesi avevo cubase e un sampler Akai e mi misi a smanettare.
Come descriveresti il tuo suono a chi non l’ha mai sentito in una frase?
Un amico aveva detto “sloppy”, con accezione buona di raffazzonato. Dei ragazzi americani mi dissero “punk”. A livello di aggettivi non so bene come descriverlo, provando con una frase direi “musica spesso in 4/4 con focus sul groove, ma con molta paura di diventare ripetitiva e scialba, quindi sempre con degli elementi spiazzanti. Umana.”

Tre dischi che ti hanno formato: uno di musica elettronica, uno fuori dal genere, uno italiano (di qualsiasi genere)
Discovery – Daft Punk
Pet Sounds – The Beach Boys
Il nostro caro angelo – Lucio Battisti
Qual è il tuo approccio alla produzione? Sei un musicista che si chiude in studio fino a portare a termine il progetto o sfrutti i momenti di creatività?
Partendo dal punto di partenza che di gente “geniale” con idee spiazzanti ne è rimasta veramente poca direi che al giorno d’oggi, sia io che tutte le altre persone che fanno questa cosa qua, hanno bisogno di disciplina, tecnica, “calendario”. Se non si sta a sbattere la testa trovare sia una bella idea che un bel groove su dove far girare il brano non si va da nessuna parte. Poi però è tutto un lavoro di taglia e cuci, smussa e leviga, metti la cera e togli la cera. Sono una persona che si fa influenzare da tante cose, mi segno idee in note vocali e me le scrivo sulle note del telefono e credo che questo sia uno dei miei punti forti, ma poi c’è da buttare giù tutto e impacchettarlo in maniera decente. Anche il punk è pianificato 😀
E per quello che sento in giro, soprattutto in chiave club music, non credo di essere l’unico a considerare questo una sorta di fabbrica della musica.
Prima Scuola Furano, poi il trasferimento a Madrid e la rinascita come Bawrut: quanto è stato liberatorio “azzerare tutto” e ripartire senza il peso della tua storia italiana? Cosa significa oggi essere un producer/dj italiano che lavora prevalentemente fuori dai circuiti italiani?
Al tempo è stato un passo liberatorio e che mi ha dato molto slancio. È vero che dopo la pandemia ho iniziato a soffrire il cambio generazionale e adesso finisco negli articoli di Beatport come artista che ha rappresentato un genere che necessita una celebrazione in quanto “established”. Credo che sia tutto così fluido e mescolato che ormai le nazionalità e i posti da dove si viene contano relativamente. Essere Berlin based ha sempre il suo fascino e vantaggio, basta leggere le tante bio di artisti che lo menzionano come punto in più di credibilità, e pure vivere nel sistema UK ti mette sulle spalle del gigante. È anche vero però che ci sono tanti italiani forti in vari campionati, vedi Anyma, DJ Tennis, Parisi, Marco Carola, Adiel, Donato Dozzy, Lorenzo Senni o Gigi Masin. Alcuni sono passati per Berlino, ma altri sono rimasti in Italia. Lavorare all’estero ti permette di incontrare diversi modi di lavorare, ma spesso quello va in funzione del tipo di serata in cui capiti, potrai avere un trattamento VIP in un festival mega che sia in Francia o in Italia e idem avrai un’esperienza vera di scambio culturale con promoter che ti invitano sia a Beirut che a Milano.
Il tuo album “In the Middle” parla di Mediterraneo, identità multiple, confini: quanto la tua Gorizia (città di frontiera per definizione) ha plasmato quel concept? Stiamo vivendo un’epoca di grandi cambiamenti sociali. L’individualismo spinto all’estremo, la paura di ciò che non conosciamo, il controllo sociale travestito da libertà. Quanto è importante che un artista faccia sentire la sua voce e prenda posizione su tematiche importanti come in questo caso con il tema della migrazione?
Domanda lunghissima che necessita una risposta articolata. Parto dalla fine. La musica per fortuna non è politica. È musica. È la sensibilità, l’empatia e la gentilezza di chi la fa la cifra che spesso fa diventare la musica pure qualcos’altro, ma il discorso che la musica è politica va braccetto con “fuori la politica dalla musica”.
Lo scrivo come premessa perché oggi vedo molta confusione.
Per me è una necessità provare a dire qualcosa di posizionante anche perché le prese di posizione “politiche” al giorno d’oggi sono così scialbe e ridondanti che ormai fanno solo tanto rumore e molte volte poca consapevolezza perché c’è sempre qualcosa di “politico” ed urgente dietro l’angolo che aspetta di essere rivendicato. Preferisco pensare a cose che mi colpiscono, studiarle e approfondirle, lavorare su un concetto e poi provare a farlo “suonare”. Ha ancora senso oggi fare una canzone che si chiama “Antifa beat” e non trasmette nulla se non il suo titolo? Per me no. Ha senso fare mille post / storie sul dramma del momento elevando me e il mio profilo a persona sensibile a quella causa? Beh, certe volte non si può proprio farne a meno lo ammetto però in linea di massima se posso pensarlo bene e studiare come mettere la mia indignazione per una guerra, un ghiacciaio sciolto, un’ingiustizia perpetrata con la musica lo preferisco. Quando uscirà la musica non si parlerà più della striscia di Gaza? (MA MAGARI!!) Ok perfetto, però mi fa piacere pensare che ho fatto delle cose pensate e ragionate motivate da un’urgenza e che tutto quel sentimento sia concentrato nella musica. Per fortuna non tutto scompare dopo 24 ore come le stories di Instagram.
Per quanto concerne i cambiamenti sociali, in occidente e in Europa siamo vecchi e spaventati e ci stiamo chiudendo a riccio, è qualcosa che forse dobbiamo assumere e constatare, una sorta di “stacce” alla romana. Questo però non mi esime dal denunciarlo se posso. Tutto è ciclico nel mio piccolo voglio stare con la coscienza a posto il giorno che, guardando a questo periodo storico, la gente si chiederà come cavolo fu possibile focalizzarsi sulla remigrazione quando il mondo andava a fuoco. Loro erano dei disgraziati e si focalizzavano sulla remigrazione e loro erano dei disgraziati a non vedere i primi effetti disastrosi del cambio climatico. Io ero uno splendido quarantenne conscious [semi cit.]
Ultimo: se Gorizia mi ha aiutato? Probabilmente sì anche se non ci vivo da anni e credo di aver vissuto le prime ondate migratorie, ma non quelle attuali o degli ultimi 10 anni. Però è vero che vivere in un luogo spurio per definizione ti fa vedere le contraddizioni delle visioni assolute e la bellezza delle culture mescolate.
Assieme agli orrori delle pulizie etniche e della ottusità in generale.
Ci parli di Silencio? Dalle origini di The Sound Of Silencio all’attuale conformazione come sub label di Ransom Note il percorso è stato molto interessante. Aggiungo, quale direzione sta prendendo il progetto Bawrut? Il navigatore indica già una strada o ti muovi d’istinto?
Silencio all’inizio era l’idea di creare una piattaforma dove raccontare me, il mio suono e quello che ero. Tutto mi è esploso in mano e l’ho persa già dopo il primo singolo “Ciquita”. Bene al momento, ma gestita male con il senno di poi.
Adesso con calma posso ridare forma al suono della label con tante nuove uscite, spesso multi genere o “multi proposito”, senza stare dietro alle tempistiche e al calendario di una label che non è gestita da me e quindi con molta altra musica in programma.
Il discorso “label personale” è spesso una medaglia a due facce. Se da una si vede la direzione artistica di chi ne è a capo, l’imprint come direbbero a Londra, quindi tutto bello ed affascinante dall’altra è diventata una farsa, soprattutto a livelli alti. C’è un DJ che ha una sua label, una uscita ogni 2 settimane, tu gli mandi la musica sperando gli possa piacere, hai una release con una visibilità ridotta a 2/4 settimane e poi avanti un altro. Se va bene tutto avete vinto tu e il boss della label, se va male pazienza adesso c’è nuova musica da promozionare.
Con queste premesse preferisco avere un mio piccolo output dove fare uscire cose senza pressione, senza velleità, ma con il calendario scelto da me.
La prima uscita è stata il disco fatto assieme a Scuola Fatoma, la seconda Tuttomondo. Probabilmente la terza una cosa totalmente diversa nata su pensieri, letture e Field recordings. E poi si tornerà alla musica da club. E avanti così.
Cosa rappresenta uno spazio club oggi al di là della musica? Libertà, comunità, resistenza, qualcos’altro? E c’è un momento, una serata, un luogo in cui hai sentito tutto questo in modo netto?
Alcune settimane fa ho suonato a Risonanzae a Belluno, una festa in baita che dura una giornata intera. Il tempo era molto ballerino, prima pioveva, poi smetteva, un po’ di sole e poi pioggia di nuovo. Copri le casse, scopri le casse, copri il DJ booth, scopri il Dj Booth. Ma la musica andava avanti e il dancefloor pure. Si era creata una tensione emotiva tra i partecipanti che ad una certa si voleva solo ballare, con la pioggia o senza e tutti erano gasatissimi. All’ora del tramonto è spuntato il sole e con una fantastica luce arancione si è chiusa la giornata. Eravamo tutti in estasi. Stupendo.
Al netto della bellissima esperienza racconto questo perché sembra che oggi il clubbing abbia senso se dietro c’è una comunità, un senso e spesso un contesto politico. Cosa che non rifiuto conoscendo le origini della musica Disco, House e Techno (e tutta la musica afroamericana) ma che a volte mi stanca, come se far ballare un pubblico “conscio” fosse più nobile di far ballare delle persone ignare di cosa fosse il Paradise Garage o l’Amnesia di Alfredo Fiorito. Per me è una missione andare dove vado e poter suonare musica intrigante al pubblico che ho davanti, far ballare sembra facile, ma non lo è soprattutto quando si esce dalla propria comfort zone e non si vuole finire a mettere su techno da pizzeria.
Spesso si mette così tanta enfasi alla “narrazione” del DJ / artista e al luogo dove suona dimenticando che al centro di tutto c’è chi balla e come si sente in quel momento.
E poi a me la parola comunità irrita un po’. È una sorta di passe-partout per descrivere una relazione organica tra persone, ma spesso è più simile alla parola fanbase. C’è qualcuno che dall’alto traccia la via e tante persone che seguono. Non voglio il club come una riunione di condominio o una comune freak dove uno vale uno, ma nemmeno usare un termine alla moda che trasmette vicinanza per continuare a fare quello che si è sempre fatto. Anni fa era club culture, adesso è fare comunità, spesso il risultato è lo stesso.
Ci sono grosse fanbase che muovono tante persone e tanti soldi, ci sono eventi meno “impegnati” che richiamano gente e in mezzo si possono trovare scene e comunità, ma spesso questo va a braccetto con necessità. E dove c’è necessità di potersi incontrare? In quei posti e luoghi dove il sistema ti mette i bastoni tra le ruote. Esiste una comunità al K41 a Kyiv? Certo che esiste, lì la musica ha una funzione di escapismo reale vista la condizione che vive il popolo Ucraino dal febbraio 2022. E lì ho avuto la fortuna e il privilegio di poter suonare e vedere con i miei occhi una comunità contenta di perdersi per qualche ora. Lo stesso posso dire della Palestina quando ho suonato a Exist.
Si è parlato molto di club negli ultimi anni. Nel 2020, in quelle dirette su Zoom ci si affrettava tutti a ripartire di slancio e in maniera più organica poi, finita la pandemia, era tutto un parlare di comunità, scena e pure resistenza quando essenzialmente era solo voglia di uscire di casa e divertirsi. Siccome appunto i conti bisogna farli alla fine quello che vedo è un deserto con poche oasi rigogliose e molto floride, dove tutti vogliono entrare, ma non quella foresta amazzonica piena di differenti ecosistemi che si voleva avere indietro finita la tempesta.
La scena elettronica italiana: com’era, com’è adesso, dove sta andando secondo te?
Da quello che ho capito i 90 e 2000 sono stati grandiosi, ma mal capitalizzati. Per fortuna negli anni seguenti sono usciti tantissimi grandi artisti che si sono saputi invece posizionare bene e a livello internazionale. Al netto dei gusti Anyma che fa due volte la sfera di Las Vegas è una cosa notevole.
Dove andrà? Non ne ho idea, ma per fortuna si evolve. Penso che i pionieri degli anni 90 avranno strabuzzato gli occhi all’arrivo dei CDJ nei primi 2000. Soldi spesi e tecnica accresciuta nel tempo azzerati da mp3 scaricati anche illegalmente o comunque comprati al decimo di un vinile e bottoni sync che aiutavano nel mixing. Oggi dei personaggi multi faccia con account potentissimi fanno il lavoro di promozione molto meglio della musica stessa che viene suonata, spesso mostrando dei lati molto poco relativi al nerd musicale e molto piu affini a tech bro o ereditieri tipo quando mostrano aerei privati, viaggi in elicottero, ville e cene in posti costosi.
Non è una grandissima evoluzione se la si guarda dal punto di vista musicale, ma pure fare quelli old school che suonano in vinile musica di 30 anni fa spaccata per nuovo trend non fanno bella figura secondo me.
La paura del nuovo e la ricerca di un passato presuntamente migliore mi fa sempre paura, nella musica come in altri aspetti.
Che consigli daresti a una persona che inizia ad appassionarsi alla club culture adesso?
Trovati un posto dove suona della gente che non hai mai sentito nominare. Ascolta di tutto e magari chiedi a qualche vecchio se ti da qualche dritta. Segui la corrente, ma non entrarci con tutto il corpo, se rimani in piedi puoi uscire più facilmente. Inclusività spesso fa rima con esclusività e quindi si rischia di non parlare a tutti ed è un peccato.

Consiglia 3 dischi di artisti italiani che ti hanno particolarmente colpito ai lettori di The Italo Job.
Resto sul recente
Cosmo – La fonte. Il brano dedicato a suo fratello mi fa piangere sempre.
Laura Agnusdei – Flowers are blooming in Antarctica
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