ARTIST Q&A – The Italo Job Interview: LUCA TREVISI aka LTJ XPERIENCE
Luca Trevisi aka LTJ Xperience, dj e producer bolognese attivo dagli anni ’80, tra i primi in Italia a portare l’house e a riscoprire jazz, funk e latin-bossa anticipando Acid Jazz e Rare Groove. Resident dj in club iconici come Kinki Club (Bologna) e Cap Creus (Imola), dopo anni con Irma Records si è dedicato a re-edit e remix collaborando con etichette internazionali come Far Out Recordings, e K7.
Quando e come hai scoperto la musica elettronica? C’è un momento preciso, un disco, una serata che ti ha cambiato?
Certe tracce di Klaus Schulze, Richard Wahnfried, Kraftwerk, certe tracce dei primi anni 70 con inserimento di batterie elettroniche, mi hanno fatto notare immediatamente l’importanza dell’elettronica nella musica, io vengo certamente da un suono acustico ed organico ma l’inserimento dei synth e delle drum machine sono di vitale importanza in tutti i generi musicali.
Come descriveresti il tuo suono a chi non l’ha mai sentito in una frase.
Pensa ad un suono funk, pensalo senza effetti, pensalo nudo e crudo, pensalo sporco con quel suo rumore di fondo, ecco quello è il Dirty Groove, il mio suono!

Tre dischi che ti hanno formato: uno di musica elettronica, uno fuori dal genere, uno italiano (di qualsiasi genere)
Richard Wahnfried – Time Actor
Crosby Still Nash & Young – Tin Man
Mina – L’uomo della Sabbia
Sono usciti da poco un documentario e una compilation per celebrare i 50 anni del Kinki Club. So che è difficile da riassumere, ma ci racconti il legame con questo club e quanto il Kinki ha rappresentato per la club culture italiana? (n.d.r.: il club è stato citato più volte nelle chiacchierate che come The Italo Job sto facendo in questi mesi)
Il Kinki era la mia seconda casa, un luogo magico dove le persone che entravano non pensavano altro che alla musica e condividere momenti ed emozioni. Non credo di esagerare nel dire che il Kinki ha sdoganato in tutti i sensi il concetto di “club underground”.
La scelta di essere sempre un locale alternativo, la sua struttura da vero club, soffitti bassi e poca luce, ha fatto del Kinki il locale “underground” per antonomasi.
Non era una discoteca “classica” potevi liberamente ballare senza sentirti osservato per come eri vestito, per la tua sessualità e per il tuo modo di vivere il party, sentendoti a casa.
Il documentario Kinki : The Secret Of The Dancefloor (regia di Lorenzo Miglioli – produzione di Fabrizio Zanni per RCO Europe) che potete vedere in esclusiva su Prime, ci racconta proprio di quel luogo, di quel periodo, della nascita di un movimento underground in quel particolare momento storico, proprio sotto le 2 torri di Bologna!
Negli anni ’90 oltre al consolidarsi della rivoluzione house c’è stata anche l’esplosione dell’Acid Jazz. In quel periodo sei stato resident del Cap Creus a Imola e ti sei messo alla produzione con i Bossa Nostra, arrivando a lavorare con Vicki Anderson, storica corista di James Brown. Cosa significa per un dj/collezionista italiano di black music trovarsi a produrre insieme a chi quella musica l’ha fatta nascere?
Il genere Acid Jazz esplodeva proprio in quegli anni! La collaborazione con i Bossa Nostra nasce proprio per riuscire a tradurre il mio pensiero di Groove di quel periodo con l’ausilio di ottimi musicisti, per ottenere quel tipo di suono organico.
L’incontro con Vicki Anderson e Bobby Bird è stato l’apice di un periodo meraviglioso che ho vissuto dal 91 al 96 nella discoteca Cap Creus di Imola. Ricordo perfettamente Vicki un po’ titubante in studio nel dover cantare una canzone come “Home Is Where The Hatred Is” per via del testo troppo forte, crudo e drammatico, originariamente scritto da Gill Scott Heron nel 1971, non la voleva cantare, probabilmente e giustamente non si sentiva quelle parole addosso (parole come “Giro in tondo tra sogni di polvere bianca cercando di scacciare una scimmia dalla mia schiena e non lo sai che i vicini stanno tutti a guardare?”), ma rincuorata e convinta da Bobby cantò…e come lo fece!
Scelsi io questa canzone come cover da far cantare a Vicki perché suonavo spesso un’altra versione cantata da Esther Phillips, pensando alla musica, al groove e poco al testo che aveva.
Questa opportunità arrivò grazie al live dei JB’s che fecero qualche gg prima proprio nella discoteca Cap Creus, perché ogni venerdì c’era un live di questa caratura + il mio dj set (Gil Scott Heron, Airto & Flora Purim, Roy Ayers, Last Poets, Pucho, Johnny Lytle, Brecker Brothers, Galliano, Ronny Jordan, Brand New Heavies, sono solo alcuni dei concerti live di quegli incredibili anni).
Sappiamo che sei sempre stato un sostenitore del vinile. Come ti prepari abitualmente per un set? Come selezioni i dischi da suonare? E come corollario molto dibattuto: per te conta di più la selezione o la tecnica?
Sì, la mia vita ruota attorno al vinile, da tantissimi anni ho anche un negozio online di rare groove (Hot Groovy Records), ovviamente amo e amerò per sempre il vinile, ma non sono un accanito di questo formato quando devo fare dj set, per tanti ovvi motivi il buon uso di una chiavetta Usb può fare la differenza, per capirci, con 2 borse di vinile ottieni un risultato limitato a 100 vinili, che non sarà mai quello che puoi ottenere con una chiavetta con tanti giga di buona musica, ergo, se suoni buona musica quella sarà a prescindere dal formato.
Capisco i giovani dj che vogliono fare set solo con vinile per uscire fuori dal coro per avere una visibiltà differente rispetto a colleghi che utilizzano solo e male il digitale, ma alla fine credo che ne usciranno vincenti solo e sempre per quello che suoneranno non certo per il formato.
Per concludere direi che un buon dj gira con un trolley di vinili e 1 usb, preferisco sempre una buona selezione ad una buona tecnica, poi se si possono unire tanto meglio 
Per quanto riguarda la scelta delle tracce, il tutto è basato su un ascolto attento di ogni traccia, anche quando so che al 99% sarà da buttare, voglio esserne sicuro per cui perdo tempo anche per quella.
Sei da sempre un grande collezionista, un esploratore alla ricerca del groove perfetto. La tua selezione come dj e i tuoi edit come produttore riescono sempre a sorprendere. C’è ancora musica che può essere riscoperta e che non è ancora stata portata alla luce? A livello di produzione c’è qualche brano di fronte al quale ti sei fermato e ti sei detto: “Questo è perfetto così, non lo posso toccare”?
Non posso negare che il periodo che ho vissuto nel momento caldo delle produzioni “edits” è stato meraviglioso.
Le emozioni che ho avuto nel creare i miei edits erano puri atti d’amore verso la traccia scelta! Sempre rispettoso al massimo di quello che l’artista originale aveva creato. Il concetto di edit non significa per me “rubare la musica di altri” ma valorizzarla.
Certo, quante volte dopo qualche ora di lavoro mi sono reso conto che in realtà non c’era nulla da “modificare” si sarebbe solo rovinato un capolavoro..
La musica è infinita! Spesso mi dico “oramai non c’è più nulla da scoprire”, eppure si continua con un lavoro di sporco “diggin” a ritrovare sempre produzioni che sono rimaste nascoste, sepolte, stampate all’epoca in pochissime copie.
Tornando alle produzioni edits devo dire che l’avvento dei programmi “stems” e della AI hanno praticamente tolto il senso, il motivo di editare le tracce, troppo semplice dividere una traccia nei suoi strumenti e fare un edit, si perde la magia di quello che ti dovevi inventare per far girare un loop come volevi tu, ora dipende dal programma e non più dalle tue forbicine di cubase 
Cosa rappresenta uno spazio club oggi al di là della musica? Libertà, comunità, resistenza, qualcos’altro?
E c’è un momento, una serata, un luogo in cui hai sentito tutto questo in modo netto?
In generale il club per come l’intendo io non esiste più, ora ci sono luoghi di aggregazione dove trovi un po’ di tutto, un buon ristorante, un cockatail bar, un dj booth ecc ecc alcuni nascono da buone idee e sono realizzati in modo originale, ma tanti altri di questi locali rimangono luoghi ibridi.
Ho ritrovato quel tipo di club in una serata che ho fatto recentemente a Dubai, a prescindere dalla location stupenda, le 300 persone presenti erano completamente di etnie diverse tra loro, ma avevano come punto di riferimento l’ascolto della musica come momento di aggregazione che sfociava in un movimento naturale del ballo, ciò che dovrebbe essere “il club”. Evidenzio proprio questa serata per constatare che all’estero si da un valore differente e molto più importante alla musica e al modo di viverla e condividerla.
Che consigli daresti a una persona che inizia ad appassionarsi al djing nel 2026?
Distinguiamo quello che era fare il dj ieri con quello che è fare il dj oggi.
Se dovessi dare un consiglio riferendomi a quello che era direi semplicemente di lasciar perdere perché purtroppo non ne varrebbe più la pena.
Se dovessi dare un consiglio riferendomi a quello che è oggi direi semplicemente di studiare i socials, gli algoritmi e i metodi per ottenere tanti followers 

Consiglia 3 dischi di artisti italiani che ti hanno particolarmente colpito ai lettori di The Italo Job.
Dischi Spranti (tre volumi in vinile, produzione salentina di Marco Erroi & Max Nocco)
Lucio A Mezzanotte (XXXV Edits – Unofficial tribute to Lucio Dalla)
Oltrefuturo – Voce Cosmica

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